Una nuova storia, un nuovo racconto, una nuova possibilità di onorare la memoria di altri soldati della Grande Guerra. Una storia con coincidenze incredibili, una storia nata da una lettura di un documento-messaggio conservato presso la Biblioteca Maldotti di Guastalla. Questo documento racconta le vicissitudini di alcuni Aviatori Italiani durante la Battaglia dell’Ortigara del 1917; tra questi aviatori c’è anche Filippo Rossi, fratello di Piero Rossi (di quest’ultimo vi è raccontata la storia in questa stessa sezione VOCI e VOLTI dal Fronte). Una ulteriore coincidenza è stata l’aver trovato su internet un blog creato da “Basco Grigioverde” (http://bascogrigioverde.blogspot.com/), un paracadutista militare; all’interno del sito, tra i tanti, interessantissimi articoli, c’è un articolo proprio sulla battaglia aerea dell’Ortigara (vedi in fondo alla pagina), in cui sono nominati TUTTI gli aviatori del documento-messaggio sopracitato, datato 1917 e lanciato da un aviatore austriaco:



(Fonte: Biblioteca Maldotti di Guastalla, Miscellanea n.396)
“Copia Messaggio lanciato da un aeroplano nemico sul territorio della 30° Divisione (26° Corpo d’Armata), il giorno 10 Luglio 1917.
Gli aviatori Italiani!
Via siamo notizia degli seguenti aviatori italiani caduti:
- 3 Giugno. Un aeroplano di marina. Osservatore: capitano Tito Zamperotti (Tito Zamperetti). Pilota caporale Alessandro Beretta. Tutti e due morti e sepolti al campo santo militare di Campi presso Riva (Località Campi presso Riva del Garda).
- 5 Giugno. Un apparecchio tipo Saml vicino S. Daniele (caital). Osservatore: sotto tenente Francesco Blasi (Vitale Blasi). Pilota sergente Carlo Baldi (Carlo Balbo) della 112 sq. Villadorla (Villaverla). Tutti due vivi!.
- 10 Giugno. Un Caproni nel Vallone di Portule in conseguenza all’esplosione delle bombe brucciatto. Mori (morì bruciato).Tenente Caneva (Federico Caneva) sottotenente Arici ( Massimiliano Arici) sottotenente Lodesani (Lodesani Emilio) caporale Betteghala (Romedio Betteghella).
- 14 Giugno. Un apparecchio tipo Saml vicino Roana. Osservatore sottotenente Negro (Ugo Negri) pilota sottotenente Rossi 113° squadra Feltre (Filippo Rossi, fratello di Piero: vedere sezione apposita) sottotenente Rossi leggermente ferito. Una lettera del sottotenente Negro allegata (non ritrovata).
- 9 Luglio. Un Caudron presso Borgo (app c605) (Borgo Valsugana) sottotenente Podrazzi sottotenente Bugenotti. Tutti due morti e sepolti a Borgo.
Tutti gli caduti furono con onori militari sepolti.
La notizia del nostro sottotenente Barone Fiedler cadutto a Feltre abiamo ricevutto.
Gli aviatori austriaci di Pergine.
Questa notizia è stata gettata in 3 esemplari al 10 Luglio 1917 “

Dall’Albo dei Caduti:
Beretta Alessandro: caporale 1° Squadriglia Idrovolanti, nato nel 1882 a Genova, morto il 3 Giugno 1917 nel cielo di Trento, per ferite riportate in combattimento aereo. Decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Zamperetti Tito: capitano di complemento 1° Squadriglia Aeroplani, nato nel 1890 a Cornedo (Vicenza), morto il 3 Giugno 1917 nel cielo di Tione (Trento) in combattimento aereo. Decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Caneva Federico: tenente in servizio attivo 31° Squadriglia Aeroplani, nato nel 1895 a Milano, morto il 10 Giugno 1917 nel cielo di Asiago per ferite riportate in combattimento aereo. Decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Lodesani Emilio: sotto-tenente di complemento 5° Squadriglia Aeroplani, nato nel 1888 ad Albinea (Reggio Emilia), morto il 10 Giugno 1917 sul cielo di Asiago per ferite riportate in combattimento aereo. Decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Betteghella Romedio: caporale 5° Squadriglia Aeroplani, nato nel 1893 a Trevenzuolo (Verona), morto il 10 Giugno 1917 nel cielo di Asiago in seguito ad incidente di volo. Decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Da Rivista Aeronautica n° 6 del 2002
L’aviazione italiana nella battaglia dell’Ortigara
Estate 1917: il pensiero di chi conosce anche solo sommariamente le vicende di quella che per tutti è ancora la Grande Guerra corre alle rive dell’Isonzo ed alle pietraie del Carso, che proprio in quella lontana stagione videro il massimo sforzo mai prodotto dall’Esercito italiano, la cosiddetta battaglia della Bainsizza o 11^ battaglia dell’Isonzo, ingaggiata e vinta nel mese di agosto. Ma quell’estate è anche l’estate dell’Ortigara, la montagna brulla, arida, inospitale assunta a simbolo del sacrificio della 6° Armata. Questo fu infatti il punto focale di una lotta di proporzioni gigantesche, che nel mese di giugno vide impegnate centinaia di migliaia di uomini su posizioni che si sviluppavano a quote prossime ai 2.000 metri.
Il progetto di far precedere la prevista poderosa offensiva sull’Isonzo da un attacco spinto a fondo nella regione dell’Altopiano dei Sette Comuni era stato da tempo preso in considerazione dal Comando Supremo italiano. Nel novembre 1916, la formazione di una nuova Armata, la 6^, costituita sulla preesistente struttura del Comando Truppe Altopiano, era stata decisa con l’intenzione non solo di sottolineare la specificità e l’importanza strategica di quel settore del fronte, ma anche di creare lo strumento con cui portare a compimento l’azione controffensiva parzialmente fallita tra il giugno e il luglio 1916, e impedita poi in autunno dall’inclemenza della stagione. Con la riconquista del bastione naturale rappresentato dalla dorsale di Cima Portule sarebbe stata allontanata una volta per tutte la minaccia incombente sulla pianura veneta, ripristinando in sostanza la situazione preesistente alla Strafexpedition, la “spedizione punitiva”, che nel maggio 1916 aveva fatto correre all’Italia un gravissimo pericolo.
La zona interessata dalle operazioni, limitata a nord dal ciglio settentrionale dell’Altopiano dei Sette Comuni, a ovest e a sud ovest dal costone di Portule e dal basso corso dell’Assa, è una regione impervia, povera di acqua, con una vegetazione sempre più rada man mano che si procede verso nord, percorsa all’epoca da poche e malagevoli mulattiere ed ancora oggi lontana dalle grandi vie di comunicazione. Dalla catena di aspre cime strapiombanti sulla Val Sugana si staccano in successione, andando da oriente verso occidente, quattro massicci contrafforti che degradano lentamente verso sud in direzione di Asiago. Sul secondo di questi, identificabile con l’allineamento Monte Ortigara-Monte Zebio, correva la prima linea austriaca le cui tracce sono ancora ben evidenti. Si trattava di una serie di robuste trincee scavate nella roccia e scaglionate in profondità, protette da profonde fasce di reticolato e munite di numerosi appostamenti in caverna per mitragliatrice.
Con queste premesse l’azione difensiva uno, come fu convenzionalmente indicata l’operazione affidata alla 6^ Armata del generale Mambretti, richiese innanzitutto uno sforzo logistico notevolissimo, con la creazione dal nulla di strade, teleferiche, acquedotti, baraccamenti e depositi. Fu poi necessario il concentramento nella regione di truppe ed artiglierie in misura tanto maggiore quanto più il previsto fronte d’attacco si andava estendendo verso sud, arrivando da ultimo ad includere anche il settore di monte Zebio. Nella sua formulazione finale il piano di operazioni prevedeva: un’azione principale lungo il fronte di quasi 14 chilometri tenuto dal XX e dal XXII Corpo d’Armata tra il corso dell’Assa e Cima Caldiera, con due distinte zone d’irruzione delle fanterie in corrispondenza di monte Zebio a sud e di monte Ortigara a nord; un’azione concorrente affidata all’ala destra del XXVI Corpo d’Armata, diretta principalmente verso l’altura di monte Rasta; un’azione sussidiaria in Val Sugana, con cui il XVIII Corpo d’Armata avrebbe dovuto richiamare l’attenzione dell’avversario e fiancheggiare l’avanzata del XX schierato alla sua sinistra.
Con otto divisioni in prima schiera e tre di riserva la 6a Armata poteva contare su 164 battaglioni e 1.072 pezzi d’artiglieria, ai quali si aggiungevano 569 bombarde e le bocche da fuoco a tiro curvo ed a corta gittata utilizzate per distruggere i reticolati e battere le prime linee. Dal momento che il III Corpo d’Armata austro ungarico disponeva in totale di 51 battaglioni e di circa 400 cannoni veniva dunque a concretizzarsi una superiorità di tre a uno. Considerata l’estensione del fronte d’attacco, si aveva una densità teorica di una bocca da fuoco ogni nove metri, la massima mai realizzata sul fronte italiano che alla prova dei fatti si rivelò, però, addirittura inadeguata a risolvere il problema posto dal terreno roccioso e dalla conseguente solidità delle fortificazioni campali.
La giornata del 10 giugno
In accordo alle direttive, nei primi giorni di giugno furono eseguiti tiri di inquadramento con il concorso dell’aeroplano, in particolare nel settore della 49a Squadriglia, ma il maltempo, che imperversò sull’Altopiano al punto da impedire del tutto l’attività di volo il 5 e il 9 giugno, non permise ai Farman ed ai Caudron di dare lo sviluppo desiderato alla loro azione. Non meno penalizzate furono le altre squadriglie di corpo d’armata, impegnate in ricognizioni fotografiche e a vista, e le sezioni aerostatiche, impossibilitate a far alzare i palloni. Sarà questa una caratteristica dominante delle operazioni che i diari storici delle unità registrano con puntualità, raccontando quasi quotidianamente di sortite infruttuose per l’impossibilità di raggiungere il settore assegnato o per la difficoltà di individuare obiettivi nascosti dalla nebbia e dalle nuvole. Dopo un rinvio di 24 ore imposto dalle pessime condizioni atmosferiche, alle ore 5.15 del 10 giugno il simultaneo tuonare delle artiglierie schierate in un immenso arco dal monte Cengio alla Val Sugana dava inizio alla battaglia. La visibilità, discreta al mattino, andò progressivamente peggiorando, fino a diventare quasi nulla nel pomeriggio. La pioggia ed un violento temporale scatenatosi verso mezzogiorno, rendendo difficile l’osservazione del tiro, ostacolarono l’azione dell’artiglieria, che fu quindi prolungata fino alle 15.00, quando le truppe mossero all’attacco su tutto il fronte, inerpicandosi con decisione sulle ripide pendici dei monti, urtando quasi ovunque invano contro le ancor salde difese austro ungariche. I risultati del biplano trimotore con il quale vennero formate le più famose squadriglie da bombardamento. Un Farman F.5b da ricognizione armato di mitragliatrice brandeggiabile posta sulla prua della carlinga manovrata dall’osservatore. Fu usato anche in azioni da bombardamento. Un Caudron G.3, accuratamente restaurato, vola con i colori dell’aviazione francese. I bombardamenti erano stati infatti di gran lunga inferiori al previsto: in molti punti i reticolati erano rimasti intatti o quasi e pochi danni avevano subito le trincee scavate nella roccia. L’avversario, a conoscenza del piano e del giorno dell’azione, non tardò ad iniziare un violento tiro di sbarramento che contribuì ad arrestare l’attacco, impedendo l’afflusso dei rincalzi e ricacciando gli attaccanti sulle linee di partenza. Nel complesso la giornata si chiuse con un modesto vantaggio all’estrema destra del XX Corpo d’Armata, dove gli alpini della 52° Divisione erano riusciti a caro prezzo a prendere e a mantenere le importanti posizioni del Passo dell’Agnella, di quota 2.003 e 2.101 metri. Quel giorno sul fronte degli altopiani entrarono in azione 141 velivoli: 32 Caproni, 53 ricognitori, 56 caccia.
Per quanto riguarda le squadriglie di corpo d’armata, la 49a, nell’intento di garantire con continuità il servizio di osservazione e sorveglianza, si era preparata per lanciare i propri velivoli ad intervalli regolari di due ore, ma questo fu possibile solo per i primi tre in quanto alle ore 11.00 l’attività di volo dovette essere sospesa. Più a sud, non diverse furono le vicende della 32° e della 50° Squadriglia. Quest’ultima, operante nel settore Monte Erio, Monte Spit, Monte Rasta, riuscì a seguire l’andamento generale del tiro, con particolare attenzione per la sua efficacia in corrispondenza dei punti stabiliti per l’apertura dei varchi. Sceso a qualche centinaio di metri sulle posizioni avversarie, uno dei suoi velivoli riuscì anche a richiedere via radio un nuovo concentramento di fuoco su trincee e camminamenti ancora intatti nel tratto di linea prescelto per l’ attacco su Monte Rasta. Una lodevole eccezione, dal momento che altri osservatori, invece che affidarsi alla radiotelegrafia, preferirono rientrare e comunicare le loro informazioni per telefono, con i ritardi che questa scelta inevitabilmente comportava.
Come previsto, aeroplani della 6°Armata, fiancheggiati da quelli dei gruppi da bombardamento e da velivoli del III e IX Gruppo, e protetti dai cacciatori del X e delle Squadriglie 71° e 75°, attaccarono ripetutamente le retrovie avversarie. Furono lanciate oltre quattro tonnellate di esplosivo, nonostante gli abituali problemi di efficienza dei motori e che nebbia, nubi e pioggia avessero obbligato ben 20 Caproni a rientrare prima di aver raggiunto l’obiettivo. Fu comunque impossibile ottenere l’auspicata concentrazione degli attacchi e gli effetti non furono perciò pari alle attese. Alle 9.15, l’ XI Gruppo lanciò da Aviano dodici Caproni, ai quali si unirono sei SAML della 73° Squadriglia del IX Gruppo, con obiettivo la stazione ferroviaria di Caldonazzo ed il nodo stradale di Monte Rovere. Due trimotori dovettero subito rientrare per il cattivo funzionamento dei motori ed altri due li seguirono ben presto, non essendo riusciti ad individuare alcun bersaglio nella fitta coltre di nuvole che copriva l’Altopiano. I restanti, operando isolatamente, riuscirono a sganciare il loro carico di 12 granate torpedini. L’arrivo di questi velivoli al fronte, nella primavera del 1917, consentì di effettuare numerose missioni di grande impatto bellico. Nella tarda mattinata, approfittando di un momentaneo miglioramento della situazione meteorologica, fu la volta delle squadriglie Caproni 5° e 9°, che, rispettivamente con due e tre velivoli, scortati da tre Nieuport della 711 e tre della 751, bombardarono l’una le testate della Val Galmarara e della Val Portule, l’altra le postazioni d’artiglieria ed i baraccamenti di Monte Erio e Monte Campolongo. Ad esse sia ccompagnarono sette S.P. della 31° Squadriglia, pure del III Gruppo, che lanciarono nella zona Galmarara Portule 28 bombe da 90 mm, sei SAML della 112° e sei Nieuport della 71 che incrociarono sulle linee, portandosi a mitragliare colonne di truppe e carreggio in movimento sulle strade della Val d’Assa e della Val Galmarara. Più sfortunata l’azione dei Caproni del IV Gruppo, decollati dai campi di La Comina e Campoformido a partire dalle 15.40. I 15 velivoli furono sorpresi da una violenta pioggia non appena raggiunto il Piave e si videro quindi la strada sbarrata da una parete compatta di dense e nere formazioni temporalesche alta non meno di 5.000 metri, trovandosi così costretti a invertire la rotta prima ancora di raggiungere la zona degli obiettivi. Delle squadriglie di corpo d’armata del VII Gruppo solo la 50°, oltre a svolgere i propri specifici compiti, fu in grado di concorrere con qualche efficacia all’azione offensiva: nel primo pomeriggio tre dei suoi Farman, armati ognuno con tre granate torpedini da 130 mm, bombardarono i baraccamenti alla confluenza tra la Val Galmarara e la Val d’Assa. Al rientro, nell’atterrare fuori campo per un guasto al motore, uno dei velivoli rompeva il carrello.
A un atterraggio di fortuna presso Arsiero fu costretto, peraltro senza gravi conseguenze, anche un Ca.450 della 2° Squadriglia, mentre non si ebbero più notizie di un Caproni della 51 (equipaggio Tenente osservatore Federico Caneva, piloti Sottotenente Max Arici e Sottotenente Emilio Lodesani, mitragliere caporale Romeo Betteghella), la cui sorte non poté essere chiarita neppure a seguito dei messaggi di richiesta che il giorno 15, secondo una prassi diffusa tra gli aviatori, furono lanciati sui campi d’aviazione austro ungarici di Gardolo e di Pergine da un aeroplano della 31° Squadriglia. E’ probabile che la sua missione si sia conclusa tragicamente per un incidente di volo, forse dovuto al maltempo, dal momento che l’aviazione avversaria fu pressocchè assente, e i rapporti riferiscono di un tiro antiaereo scarso e male aggiustato.
Si tenta ancora
Le pessime condizioni atmosferiche impedirono qualunque attività aerea nei due giorni successivi, e anche a terra, esauritosi il giorno 11 un nuovo tentativo del XX Corpo d’Armata, l’azione venne temporaneamente sospesa. Riprese le operazioni, la giornata più intensa per le ali tricolori fu quella del 14 giugno, anche per l’insolita attività dell’aviazione austro ungarica, ormai da tempo costretta alla
difensiva su tutto il fronte dal rapido potenziamento di quella italiana. Per i cacciatori del X Gruppo si interruppe così la monotonia del servizio di sbarramento.
Le pattuglie in crociera tra Borgo e Tresch, sostennero sette combattimenti aerei, riuscendo a intercettare e a ricacciare la quasi totalità dei velivoli crociati di nero che tentarono di passare le linee. Due di questi furono abbattuti dal sergente Nardini della 78° nella regione di Portule ed in prossimità della dorsale dell’ Armentera, un terzo visto scendere in picchiata dietro il monte Verena, fu considerato una probabile vittoria del caporale Nicelli della 79°. Altri due vennero danneggiati in misura tale da essere costretti a precipitosi atterraggi entro le loro linee. Così protetti, i reparti del VII Gruppo portarono a termine nove sortite di ricognizione in campo tattico e cinque in campo strategico, queste ultime a opera degli S.P. della 24a Squadriglia. Un SAML della 113°, pilotato dall’aspirante Filippo Rossi con osservatore il tenente Ugo Negri, fu abbattuto dal tiro antiaereo sul fronte del XXVI Corpo d’Armata. Era questo il terzo velivolo caduto oltre le linee durante la battaglia dell’Ortigara: prima del Caproni della 5° Squadriglia non rientrato dall’azione del 10, era andato perduto il SAML n. 2436 (osservatore Sottotenente Vitale Blasi, pilota Sergente Maggiore Carlo Balbo), costretto ad atterrare in territorio nemico il 5 giugno durante una ricognizione su Levico e Caldonazzo.
Conclusioni e bilanci
La conquista dell’Ortigara avrebbe potuto consegnare alla 61 Armata il grimaldello con cui scardinare l’intera organizzazione della difesa e sul momento i comandi austro ungarici temettero davvero di aver perso la partita e di dover sgombrare l’Altopiano per ripiegare sulle posizioni da dove aveva preso le mosse la Strafexpedition. Da parte italiana vennero però a mancare lo slancio e l’iniziativa necessari, forse anche per la stanchezza ed il naturale esaurimento causati dai reiterati sforzi dei giorni precedenti. Falliti, per la forte resistenza incontrata, i tentativi di spingersi in profondità, le truppe della 52a Divisione ebbero l’ordine di rafforzarsi sulle posizioni raggiunte, una nuda pietraia battuta dai tiri concentrici dell’artiglieria avversaria. Vi sarebbero rimaste per cinque giorni finché, nelle prime ore del 25 giugno, un improvviso attacco, abilmente condotto da truppe scelte e preceduto da un breve ma violentissimo bombardamento, permise al nemico di impadronirsi di nuovo della quota contesa. A nulla valsero i ripetuti contrattacchi effettuati con una tenacia ed uno spirito di sacrificio divenuti leggendari da reparti già duramente provati. L’Ortigara era perduta ed il giorno 29, quando era stata presa la decisione di sospendere definitivamente l’azione, dovettero essere abbandonati anche gli ultimi appigli tattici di quota 2.003 e Passo dell’Agnella, ripiegando ovunque sulle posizioni di partenza.
Le perdite italiane nell’arco della battaglia ammontarono a più di 25.000 uomini, dei quali oltre la metà tra i ranghi della 52a Divisione, a riprova della durezza della lotta e di un senso del dovere spinto agli estremi limiti. Il 111 Corpo d’Armata austro ungarico doveva dal canto suo lamentare la perdita di circa 9.000 uomini, per la maggior parte appartenenti alla 6° Divisione impegnata sull’Ortigara. La battaglia si concluse dunque con un sanguinoso insuccesso le cui ragioni, al di là dell’impossibilità o dell’incapacità di sfruttare il momento favorevole presentatosi il 19 giugno, possono essere ricercate nelle sfavorevoli condizioni atmosferiche, che influirono in modo negativo sull’efficacia del tiro delle artiglierie ed ostacolarono l’orientamento ed il collegamento dei reparti attaccanti, nelle difficoltà frapposte dal terreno, sfruttate con 1′ abituale maestria dall’avversario, ed in una preparazione d’artiglieria che, per quanto massiccia, non fu sufficiente. Le formidabili posizioni dell’Ortigara avrebbero infatti richiesto un bombardamento più prolungato e soprattutto più preciso, come prova il parziale successo dell’attacco del giorno 19, per il quale la preparazione ebbe una durata più che doppia rispetto al 10 giugno. L’ “azione difensiva uno” venne così ad essere altro momento di quella tragica e terribile guerra di logoramento che, facendo del conflitto una sorta di gigantesco assedio, costellato di episodi tanto sanguinosi quanto privi di risultati sostanziali, avrebbe comunque finito col determinare il crollo degli Imperi Centrali.
Per quanto riguarda le operazioni aeree, la battaglia dell’Ortigara confermò la superiorità dell’aviazione italiana, la cui attività fu ostacolata più dal maltempo che dall’avversario. Non si può però dimenticare che ciò fu possibile anche grazie all’impegno delle squadriglie da caccia, soprattutto di quelle del X Gruppo che, oltre a scortare le formazioni dei bombardieri e ad assicurare il servizio di allarme, effettuarono con regolarità crociere di protezione e sbarramento sul fronte dell’armata, riuscendo a dare sicurezza ai velivoli da ricognizione e ad impedire il passo a quelli avversari. Questo compito, certo non amato dai piloti per i rigidi vincoli che poneva alla loro iniziativa, fu svolto da pattuglie di due apparecchi ciascuna che si alternavano ad orari prestabiliti, affidando agli Spad della 913 i settori più delicati. In 17 giorni, tra il 6 ed il 24 giugno, il X Gruppo effettuò 395 sortite, per circa 700 ore di volo, e sostenne senza perdite 32 combattimenti aerei, con almeno due vittorie aeree accertate. Com’è lecito attendersi, l’attività delle squadriglie di corpo d’armata, ed in particolare della 49°, della 321 e della 50°, si concretizzò soprattutto in ricognizioni fotografiche ed a vista mirate a fornire alle batterie in azione indicazioni sulla precisione e sugli effetti del tiro ed a segnalare nuovi bersagli da colpire. Dalla documentazione disponibile risulta ad esempio che, tra il 4 e il 27 giugno, la sola 49, effettuò un totale di 144 ore di volo, portando a termine 39 ricognizioni, quattro missioni di direzione del tiro e due bombardamenti, mentre ben 31 sortite furono vanificate dalle condizioni atmosferiche. L’organizzazione dei collegamenti rimosse le difficoltà iniziali, si dimostrò razionale ed efficiente, in grado di permettere la pronta ricezione delle segnalazioni dei velivoli e la loro trasmissione ai comandi interessati lungo linee telefoniche dedicate. Nel complesso il servizio d’artiglieria venne svolto da tutti i reparti in modo soddisfacente anche se con un’inevitabile mancanza di continuità. A causa del mancato sviluppo in profondità dell’azione, nessuna delle squadriglie fu chiamata a svolgere un servizio di collegamento con la fanteria e non poté quindi essere sperimentata la validità delle direttive in merito. Il vivace tiro controaereo avversario danneggiò in varia misura due velivoli della 49a, cinque della 32°, uno della 50° ed uno della 48°, mentre poche furono le occasioni in cui i ricognitori si trovarono a fronteggiare aeroplani nemici. Le relazioni delle squadriglie di corpo d’armata del VII Gruppo, oltre al combattimento aereo che ebbe come protagonista il Farman dell’aspirante Mecozzi, segnalano solo altri due incontri: il 17 giugno un velivolo della 32a sostenne un breve ed inconcludente scontro nella zona di monte Zebio e lo stesso giorno un G.4 della 48° attaccò e mise in fuga un ricognitore avversario nel cielo dell’Ortigara.
Per quanto riguarda le azioni offensive, sia il 10 che il 19 giugno, nonostante il numero di velivoli impiegati, l’intervento dell’aviazione non potè avere le caratteristiche di azione concentrata ed a massa proprie degli attacchi di maggio sul Carso, riuscendo sensibilmente meno efficace. Le squadriglie avevano però acquisito un’ulteriore, preziosa esperienza che non avrebbero tardato a mettere a frutto.
Qualche parola infine sull’operato degli aerostieri, per i quali tra il 4 ed il 24 giugno vi furono solo dieci giorni con condizioni atmosferiche tali da permettere di far alzare i palloni, con gravi difficoltà ad operare proprio nelle cruciali giornate del 10, del 18 e del 19 giugno. Il concorso delle sezioni aerostatiche, ritenuto nonostante tutto soddisfacente dai comandi, si riassume in 10 direzioni tiro su obiettivi non visibili da terra, 19 segnalazioni di postazioni d’artiglieria, 60 avvistamenti di bersagli di altro tipo, quali movimenti di truppe o lavori campali. Di particolare rilievo l’attività della la Sezione di Granezza che, in collaborazione con gli aeroplani in servizio d’artiglieria, nel pomeriggio del 15 diresse validamente il tiro di una batteria da 305 mm prima su Casare Larici, poi su Ghertele, mentre scarso fu il rendimento del pallone di monte Lisser, situato in posizione infelice e troppo distante dal fronte.
Nel complesso, per l’aviazione italiana, la battaglia dell’ Ortigara rappresentò un ulteriore banco di prova che consentì di consolidare, in un ambiente tutt’altro che favorevole, procedure e modalità d’impiego delle diverse componenti. Il fatto che anche in quest’occasione il rendimento delle squadriglie fosse stato soddisfacente e le predisposizioni a terra delle reti di collegamento con l’artiglieria avessero ben funzionato, era un indice della maturità e del livello di sviluppo raggiunto dal dispositivo aeronautico.
Forti di queste certezze, e con la consapevolezza di una sicura superiorità quantitativa e qualitativa sull’avversario, gli aviatori italiani si prepararono ad affrontare una nuova prova.
Mentre con la fine delle operazioni sull’Altopiano dei Sette Comuni la 62° Armata assumeva un atteggiamento strettamente difensivo, per molte squadriglie era infatti arrivato il momento di tornare sul fronte dell’Isonzo. Le attendevano il Carso e la Bainsizza per l’ultima offensiva del 1917.
Mi hai chiarito le idee!